Les Huguenots in Martina Franca, 2002

Italy Press reviews (added August 10, 2002, updated August 14, 2002)

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Musings about Martina Franca 2002 by Stephen A. Agus


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From La Stampa August 6, 2002

LA RARA OPERA DI MEYERBEER IN SCENA A MARTINA FRANCA: LA REGIA DI BERNARD TRAVISA L´AUTORE 

Tra ebrei e nazisti, arrivano gli Ugonotti 

Violente proteste per la pasticciata «lettura» dell´opera

MARTINA FRANCA
Dopo cinque ore e un quarto di spettacolo, è giunto un po' burrascosamente in porto il gigantesco apparato drammatico-musicale degli «Ugonotti», che Giacomo Meyerbeer presentò al mondo stupefatto del tout-Paris, presenti Gauthier, Chopin, Berlioz e Delacroix, nel 1836, e che in Italia non erano più rappresentati, in un'esecuzione adeguata, dal 1962. L'altra sera, la parte musicale ha permesso di comprendere e apprezzare i valori fondamentali dell'opera. Lo spettacolo, invece, ha destato violente proteste. E dire che non era cominciato male: la trasposizione nella Germania Anni Trenta delle vicende ciquecentesche che videro contrapporsi cattolici e protestanti francesi in una lotta sanguinosa culminata con il massacro della notte di San Bartolomeo, era parsa discreta e accettabile. Da una parte i nazisti, dall'altra gli ebrei, in abiti moderni, piuttosto eleganti, di Carla Ricotti che il regista Arnaud Bernard ha usato come indicatore dell'attualità delle lotte di religione. Ma dal terzo atto in poi il gioco si fa pesante: l'azione diventa confusa, la trasposizione attualizzante rovescia dati essenziali (un corteo nuziale diventa un funerale, un padre ammazza con una pistolettata la figlia che, nell'opera, fa invece uccidere involontariamente), tutto si mescola disordinatamente, togliendo all'azione la sua evidenza: e il pubblico esplode in proteste quando, all'inizio del quinto atto, il regista gli propina una pantomima sulla deportazione, fermando la musica per lunghi minuti con corse, inseguimenti, fischi, urla, violenze. Il fatto che i primi due atti dello spettacolo funzionino, e gli altri tre no, dipende anche dalla natura degli «Ugonotti», quintessenza di quel genere eminentemente spettacolare che va sotto il nome di «grand opéra»: per un bel po' l'azione non è che un pretesto per inanellare una serie di cori, canzoni, inni, preghiere, molto pittoreschi ma non più drammatici di quanto non lo siano i pezzi di una parata festiva. Dal terzo atto in poi, invece, si tratta di mettere in scena personaggi che agiscono e patiscono in una vicenda drammatica fatta di tensioni, movimenti, effetti contrastanti; e se la regia non fa mente locale, e si accontenta di travestire invece che di interpretare, la delusione arriva puntuale e crudele. Peccato, dunque, perché il direttore Renato Palumbo ha governato la gigantesca partitura con esiti eccellenti. Meyerbeer è un maestro del colore, ed ecco l'Orchestra Internazionale d'Italia sollecitata a suonare col gusto del timbro pittoresco e colorito: gli assoli di viola o di fagotto, le frastagliature del flauto o le saette dell'ottavino sbucavano da un contesto orchestrale che dà contemporaneamente la mano a Rossini e a Berlioz. Meyerbeer è un maestro nell'invenzione ritmica: e Palumbo non perdeva occasione per giocare di scatti, frastagliature, dolci beccheggi e entusiastiche galoppate. Intensa quindi, ed energetica, è stata la fusione con il Coro da camera di Bratislava istruito da Pavol Prochazka, strumento fondamentale nelle mani di Meyerbeer per profilare l'opera a grande spettacolo tra pagine di puro effetto e altre, sinceramente drammatiche e commosse, come gli inni luterani degli Ugonotti, o la celebre benedizione dei pugnali, qui ridotta ad un lanceolato elevarsi di braccia nel saluto nazista dei «cattivi». Ma, come sappiamo, Meyerbeer era ebreo, e si guardava bene dal parteggiare per i cattolici o per gli Ugonotti: anzi proprio in questa imparzialità, travisata nella regia di Bernard, sta il senso poetico e ideologico dell'opera, nonché nella pietà che desta in lui la sfortunata vicenda amorosa dei due protagonisti, appartenenti a fazioni nemiche: donde l'alta ispirazione che governa il duetto, straordinariamente moderno (Verdi e Wagner se ne ricorderanno), del quarto atto tra Raoul e Valentina. Questi erano, rispettivamente, il generoso tenore Warren Mock e il mezzosoprano Annalisa Raspigliosi, voce molto bella e canto appassionato. Certo gli «Ugonotti», un tempo molto diffusi nei teatri eropei, oggi intimidiscono con la loro folle richiesta: almeno sette cantanti di primo piano. Qui le donne sono eccellenti: accanto alla citata Raspigliosi, Desirée Rancatore ha gorgheggiato splendidamente nella parte della regina, che Meyerbeer adorna di note come una tempesta di diamanti. Buono anche il paggio Urbain (Sara Allegretta), che sfarfalla sulla scena con gradevole arguzia. Applausi, più moderati, anche per gli altri: Soon-Won Kang (Marcel), Marin Bronikowski (Nevers) e Luca Grassi, ottimo Saint-Bris.

Paolo Gallarati


From “Il Giornale”, 11 luglio 2002 (before first performance)

Antonio CIRIGNANO

Gli Ugonotti lanciano la sfida in Valle d’Itria

Nel passaparola dei melomani non ci sono dubbi: a Martina Franca questo sarà l’anno degli Ugonotti. Anzi Les Huguenots, perché il capolavoro di Meyerbeer, il grand‑opéra per antonomasia, i1 4 agosto andrà in scena per la prima volta in Italia nella versione originale francese. Ne sanno qualcosa anche al botteghino dove il titolo, rarissimo, sta incassando prenotazioni a pioggia. Ma non ditelo a Sergio Segalini, dal 1994 erede di Rodolfo Celletti alla direzione artistica del Festival della Valle d'Itria. Vi risponderebbe con sorridente puntiglio che la 28a edizione del suo festival ‑ 16 spettacoli dal 18 luglio al 6 agosto ‑ non è solo questo.

« Gli Ugonotti ‑ precisa Segalini ‑ hanno come sfondo una grande guerra di religione fra cattolici e protestanti. Noi partiamo da lì ma tocchiamo il tema della guerra e del duello in molte direzioni. Con ironia, anche ».

Allude all'inaugurazione?

« Sì, cominciamo appunto con due operine di Paisiello, Le due contesse e Il duello comico in scena il 18 e 20 luglio, che sono una straordinaria caricatura del duello e di tutta la cultura francese che lo esalta. Per di piú firmata da un autore pugliese».

Una continuità con le edizioni passate:

«Certo, ma non l’unica. Mettiamo in scena anche il Robert Bruce di Rossini, dopo l’Ivanhoe dell’anno scorso. È di nuovo un pastiche, cioè un copia‑incolla da opere rossiniane realizzato da Niedermeyer. Ma Rossini ne fu entusiasta, e a Parigi andò a vederselo per tredici sere consecutive. D’altra parte si è sempre autocitato, la sua opera è un gigantesco pastiche ».

Torniamo agli Ugonotti. Nei teatri normali non si vedono quasi più.

(Sorride). « Be’, ma per questo siamo fieri di essere anormali. Cosa vuole, è l’odierna decadenza del canto e delle voci. Gli Ugonotti ai bei tempi erano chiamati “l’opera delle sette stelle”: per farli ci vogliono sette‑cantanti‑sette di grandissimo livello. Oggi è difficile anche trovarne anche solo due o tre ».

Senza contare la fatica di una versione originale senza tagli.

« A Martina Franca le opere le facciamo così. Ci piacciono le sfide. Penso che nel 2002 il pubblico abbia il diritto di conoscere questi capolavori in originale, con dietro un lavoro musicogico serio».

Però si mormora di un’ambientazione un po’ diversa dall’originale.

« Lo scontro fra cattolici e protestanti nel XVI secolo ci sembrava una cosa superata. Non potendo mettere in scena ‑ per ragioni di buon gusto ‑ il conflitto attuale fra ebrei e musulmani, abbiamo spostato i temi del razzismo e dell’intolleranza nella Repubblica di Weimar. Lo sfondo sarà il terrore hitleriano e l’idea guida proviene dalla Caduta degli dei di Luchino Visconti ».

Fa pensare a un allestimento di dimensioni bibliche.

« La regia di Arnaud Bernard si è tenuta sull’essenziale, ma abbiamo pur sempre a che fare con un kolossal. Al momento siamo sui trecento costumi, non so se rendo l’idea ».

La rende. E poi ci sono gli effetti speciali…

« Eh no, mi conceda un margine di sorpresa. Anche per scaramanzia… Se no che teatro è? ».


From “Il Giornale”, 6 agosto 2002 (following the performance of August 4th)

Antonio CIRIGNANO

Se Gli Ugonotti diventano ebrei il pubblico si accapiglia in sala 

Che finisse male per gli ugonotti, vittime dell'intoeranza religiosa, si sapeva già: è scritto nel libretto. Ma stavolta è finttà peggio. Con metà platea a contestare sonoramente lo spettacolo è l’altra metà a contestare la contestazione. Si è chiuso così il 28° festival della Valle d’Itria, fra una zuffa sfiorata e una polemica centrata in pieno. Il tutto in appendice a Gli ugonotti di Giacomo Meyerbeer, l’opera monstre che per dimensioni e complessità costituiva l’appuntamento più atteso della rassegna. Una volta tanto è baruffa d’agosto per un melodramma, mica per Ronaldo o per un voto del parlamento: Ci sarebbe perfino da rallegrarsene se non fosse che a scatenare il putiferio non è stata la musica, come  ai bei tempi, ma la regia. Il conflitto fra protestanti e cattolici nella Francia del XVI secolo è sembrato cosa troppo antiquata al regista Arnaud Befard: così, fatti due conti sul tema intolleranza & razzismo, la vicenda è stata ricollocata in Germania all’inizio degli anni Trenta. Gli ugonotti diventano ebrei e la notte di San Bartolomeo diventa la notte dei cristalli. Apriti cielo. E dire Che l’idea in sé non era del tutto peregrina. Il libretto la supporta discretamente, ad esempio nel primo atto quando i nobili cattolici irridono lo zelo religioso degli ugonotti paragonandoli agli Israeliti. Le passioni private si stagliano ben leggibili sullo sfondo discriminatorio che le avvolge, e la cosa non sarebbe spiaciuta all’ebreo tedesco Meyerbeer, che a queste cose era sensibile di suo e se non fosse vissuto nell’Ottocento avrebbe forse conosciuto gli stessi soprusi che la messinscena riserva al suo eroe Raoul, costretto a bere l’olio di ricino mentre confida nella giustizia.

Lo spettacolo insomma funziona e avvince. Il punto non è la trasposizione storica..Il punto è che una volta affondate le mani nel calderone - sfruttatissimo - del nazismo, la Storia rischia di travolgere la storia e l’indubbia efficacia di a1cuni passaggi va a sbattere contro il didascalismo gratuito di altri. Così la scenografia di Alessandro Camera, che si riduce a una serie di poster stile George Grosz in un déjà vu né gradevole né troppo pertinente. E così la scena della discordia inserita all’inizio del quinto atto: una pantomima violenta sul  genere « ghetto di Varsavia » protratta parecchio oltre il necessario  fra i mugugni montanti del pubblico infastidito. Infine  l’aberrazione, ossia l’arbitrio sul testo: il conte di Saint-Bris uccide la figlia Valentine, traditrice dei cattolici, con due colpi di pistola (nell’originale ordina il fuoco sugli ugonotti, cui Valentine si è unita per amore di Raoul, e scopre solo poi di averla uccisa involontariamente: in ciò sta la sua terribile punizione).

C’era insomma tutto il necessario perché la regia facesse parlare di sé, e la cosa è puntualmente avvenuta. Purtroppo a scapito della musica, che era e rimane il lato più importante e più riuscito dell’« operazione Ugonotti» a Martina Franca. Le voci pricipali - sette con numerosi comprimari e grandi masse corali (il Coro di Bratislava) - benché giovani si sono mostrate all’altezza di un compito fra i più ardui dell’intera letteratura operistica. L’elenco, lungo ma doveroso, comprende i ruoli di Raoul (Warren Mok), Marguerite (Désirée Rancatore), Valentine (Annalisa Raspagliosi), Nevers (Marcin Bronikowski), Saint-Bris (Luca Grassi), Marcel (Soon-Won Kang) e del paggio Urbain (Sara Allegretta). Voci fresche e preparate, non necessariamente perfette ma spesso sorprendenti, armonizzate in un insieme solido e convincente dalla bacchetta di Renato Palumbo. Sotto la sua guida l’Orchestra internazionale d’Italia offre una prestazione di tutto rispetto.


From “Il Gazzettino”, 6 agosto 2002

Mario MESSINIS

Martina Franca 

Martina Franca.  L’idea che la cultura francese sia stata egemonica nell’Europa moderna è smentita ove si osservi come “tragedy lirique”, “opera ballet”, “grand-operá”, momenti cruciali per il teatro etichettato francese, sono dovuti piuttosto a maestri non francesi, come al fiorentino Lully nel Seicento, al boemo Gluck nel Settecento, al marchigiano Spontini nell'età napoleonica e infine al berlinese Meyerbeer negli anni centrali del Romanticismo. Tocca infatti proprio a Meyerbeer, compositore ebreo tedesco, che aveva lavorato in teatri italiani, specialmente a Venezia, di mettere a fuoco, in particolare con gli “Ugonotti”, il modello più perfezionato del grand-opera ossia l’opera nazionale del Romanticismo francese.

L’estetica di tale genere vive della grande dimensione spettacolare, della popolosità delle scene, di un intreccio romanzesco di colore “storico” e, come avviene negli Ugonotti, di un afflato morale degli eroi nei quali una vera religiosità si oppone ad una forma di fanatismo. Meyerbeer approfondisce tali caratteri, pur non inventandoli (non possiamo infatti dimenticare certi antecedenti come il Tell di Rossini, la Muta dei portici di Auber), e d’altra parte le sue idee drammatiche si ripercuoteranno nelle storiche “imitazioni” di Verdi (Vespri siciliani e Aida) o nei Troiani di Berlioz o nella brillantezza operettistica di Offenbach. Il grand-operá è un “dramma di idee” nel quale la Storia è il vero soggetto dell’azione drammatica e non un qualsiasi sfondo come usava prima nella tradizione dell’opera. Per questo si qualifica anche il ruolo del Coro che diviene personaggio, personaggio-popolo, personaggio-fazione politica.

La tragedia si svolge tra la Turenna e Parigi per una mancata pace tra cattolici e protestanti ugonotti. La cattolica regina Margherita di Valois vorrebbe che la cattolica Valentina, figlia del conte di Saint-Bris, non sposasse il cattolico conte di Nevers, cui è promessa, ma l’ugonotto Raoul, di cui in realtà Valentina è già innamorata. Dopo misconoscimenti, nozze e sospensione di nozze, si giunge alla famosa notte di San Bortolomeo, all'eccidio degli ugonotti da parte dei cattolici, nel quale vengono uccisi Raoul e, per ordine dello stesso padre, anche Valentina, convertitasi per amore alla religione avversa. Com’è noto, l’opera raggiunse a Parigi la millesima replica, riscosse fortune transoceaniche, stroncature violente e nel contempo l’apprezzamento incondizionato di Berlioz, per il grande uso dell’organo, l’introduzione sistematica del clarinetto basso e la squisita viola d’amore come nell’aria di Raoul nel primo atto.

Ai pubblici piacque la multidimensionalità del linguaggio di Meyerbeer: cantabile all’italiana, sinfonico alla tedesca, spettacolarmente strumentale nel timbro e nell'armonia alla francese. Ora, scoloritasi la fortuna popolare, dopo un lungo periodo di oblio, Meyerbeer, grazie anche a questa coraggiosa iniziativa di Martina Franca, riprende quota, forse per certi caratteri che fanno di lui non un moderno o un anti-moderno, ma un profeta della post-modernità.

Il Festival della Valle d’Itria ha riproposto al Palazzo ducale Gli Ugonotti in versione francese quasi integrale, con un’opera di grande impegno produttivo, offrendo anche un fondamentale apporto sotto il profilo culturale. L’impostazione registica di Arnaud Bernard mira ad attualizzare la vicenda e a spostare lo scontro tra cattolici e protestanti nella Germania Anni Trenta ed evocando contese tra nazisti ed ebrei documentate da truci manifesti d’epoca.

La trasposizione è forzata, storicamente non giustificabile, ma una volta scelta questa strada la realizzazione visiva, a parte alcuni eccessi coreografici e registici, è di un’accorta professionalità. Da dimenticare l’inserzione di una pantomima espressionista. Efficaci i costumi anni Trenta; eccellente la distribuzione vocale che allinea un gruppo di cantanti ben selezionato: si muovono con sicurezza nelle asperità del canto ornamentale e patetico. Emergono la Margherita di Desirée Rancatore nelle acrobazie del canto di coloratura e la Valentina di Annalisa Rospigliosi che incarna il tipico ruolo “falcon” della tradizione francese. Il tenore Warren Mok, Raoul, supera, con passione e un po’ di retorica, le asperità di un ruolo pensato per il mitico Nourrit. Abilmente decorativo il paggio della regina Sara Allegretta, ben caratterizzati nel ruolo di Marcell, del conte di Nevers e del conte di Saint-Bris rispettivamente il basso Soon-Wan-Kang, i baritoni Marcin Bronikovski e Luca Grassi.

Di grande rilievo la direzione di Renato Palumbo che penetra le ricchezze della orchestrazione di Meyerbeer, e che definisce ammirevolmente la molteplicità dei registri strumentali. Ottimo il Coro di Bratislava ed efficiente l’Orchestra internazionale d’Italia.

Caldissimo successo, aperti dissensi nei confronti della regia.


From “Paese Nuovo”, 6 agosto 2002

Pierfranco MOLITERNI

Ugonotti o nazisti, purché sia musica. E se ne parli 

Non vorremmo mai e poi mai cominciare a parlare di uno spettacolo dalla sua fine… poiché invece, proprio in questo caso, avremmo preferito attardarci sulle ultime, emozionanti immagini di una calda e tellata serata martinese che si andava a chiudere, nel quadro del cortile del Palazzo Ducale, in drammatico stridore con le ultime, guerresche e vendicatrici, parole del coro dei soldati cattolici de Gli Ugonotti di Meyerbeer: Par le fer et par l’incendie, exterminons la race impie! Point de pitié! point d’innocent! Soldats de la foi catholique, frappons, poursuivons l’héréthique, Dieu le veut, Dieu veut leur sang!” Dio lo vuole!, era e resta il grido di battaglia dei cattolici “integralisti” diremmo noi oggi, con cui si giustificava e si continua a giustificare ogni specie di crimine religioso perpetrato in nome di una malsopportata diversità di fede, che resta uno dei misteri dell’umano sentire. Ieri come oggi, lo ribadiamo: lo ieri del 1572 in francia e della notte di San Bartolomeo con lo sterminio degli “eretici protestanti”; l’oggi del 2002 in Irlanda, in Palestina, in Pakistan, in Angola o alle Torri Gemelle… con tutto il fardello di follie omicide e di umane sofferenze con cui si dispone la storia di sempre. Al dunque, uno spettacolo lirico, una movimentata, lunga, farraginosa e complessa kermesse musical-teatrale messa in atto nel lontano 1836 (!) dall’eclettico musicista franco-alsaziano-ebreo Jakob Liebmann Meyer Beer (poi fattosi chiamare con civetteria francoitaliana, Giacomo Meyerbeer) insieme al sodale librettista Eugène Scribe, vuole descrivere gli intrighi d’amore e di morte che si celano dietro uno dei ricorrenti misfatti della cosidetta Fede. Un pogrom bello e buono cresce e si consuma alla fine de Gli Ugonotti passo passo con l’amore impossibile tra due giovani: alla Capuleti e Montecchi… niente di nuovo sotto le stelle le quali certo non benedicono la passione di Valentine de Valois (cattolica) e di Raoul de Nangis (protestante).

Questo è quanto, e questo è il nocciolo del gran bailamme di cori, danze, duetti, ensembles, finali e finaloni d’atto che la moda del grand-opéra aveva messo in moto dietro la spinta felice e crassa di una felice e crassa società francese che, non a caso, si rispecchiava nell’affarismo borghese e perbenista di un Luigi Filippo d’Orléans. Un genere non solo musicale, quella “grande opera”, che in effetti ha segnato un’epoca lunga e felice della società e dei palcoscenici e degli stili musicali europei tra i sue secoli, e che non poco ebbe a influenzare amici e detrattori come Wagner stesso, Berlioz, Gounod e Verdi.

L’idea lungamente accarezzata quindi da Serge Segalini (il direttore e il mentore assoluto delle ultime edizioni del Festival della Valle d’Itria) di mettere in scena, e proprio nella Franca Martina… l’opera par excellence di questa età., Les Huguenots, si è rivelata, a nostro parere, vincente. E per svariati motivi che qui riassumiamo in breve. Gli Ugonotti in effetti sono per moltissimi teatri al mondo una fatica impervia e senza gran ritorno: necessita infarri di molte voci tutte soliste e di gran pregio; di un apparato scenico imponente di cori e di balletti corposi e sempre in scena; di masse orchestrali e di un “braccio” direttoriale che sappia, alla fine, tenere tutto saldamente e chiaramente insieme. In una parola: una faticaccia!

È altresì chiaro che dietro tutto questo spiegamento di energie musicali (poiché di musica si tratta… e di questo bisogberebbe alla fin fine discutere), lo spettacolo teatral-musicale di oggi chiede qualcosa d’altro. Perché nel 2002, nell’età del cinema e della tv, dello spettacolo e della comunicazione di masa, mettere sulla scena musicale la solita controversa storia d’amore sullo sfondo di un preciso periodo storico, non basta. Sarebbe come rivedere le primissime puntate del Mulino del Po (Ralf Vallone, Bacchelli e A.G.Majano) a confronto con Beautiful, Sentieri o Malena! Non resta allora che affidarsi a una idea. Anzi ad una Idea (non certo ad un’ideuzza). Cioè ad un progetto di rilettura del decrepito passato storico capace di far sussultare gli spettatori presenti e paganti. Sì… ma quali spettatori? Quale pubblico? Quello ingessato e incartapecorito negli anni e nello spirito, un pubblico “gastronomico”, proprio come non voleva Bertold Brecht, palesamente richiamato dalla messinscena di Bernard? E quindi roba da museo che vede il teatro musicale come un reperto archeologico sempre uguale a se stesso, magari da godere sotto diverse angolature (cantanti bravi e meno bravi)? Oppure un pubblico giovane nello spirito (più che negli anni), capace di “sopportare” ogni provocazione intellettuale, di accoglierla, di discuterla, di scuotersi da un tran-tran che si ciba, appunto, ancora sempre e solo di belle voci, quando ci sono?

Da qui, da queste considerazioni che sono in controtendenza con la storia recente e lontana del Festival martinese a noi apparso come un po’ bloccato in una (sincera e sempre fortunata) delibazione elitaria di un passato storico “filologico-anzicheno”, è nata l’Idea di affidare ad un giovane e emergente regista francese il bandolo della matassa.

Come allora spolverare dalle incrostazioni datate e sfatte della storia la infelice passione amorosa di Valentine e Raoul, e farne invece un simbolo di una “diversità” tra e sulle altre che sta nella Storia del secolo appena concluso? Arnaud Bernard, il regista, ha compiuto la sua scelta (manco a dirlo, ancora una volta egli è un francese, come è un po’ tutto targato Douce France la Martina musicale di questi ultimi anni messi insieme dal général Segalini). Una scelta opinabile, certo, discutibile anche, forse calcata con mano pesante su alcuni particolari che andavano sveltiti come nella forte scena della aggressione a suon di fischietti. Tutto risultava forse un po’ déjà vu… ma era pur sempre una scelta.

Via dunque a improbabili e improponibili cattolici della Touraine del 1572 mascherati a dovere con abiti posticci. In loro vece, in questa edizione de Gli Ugonotti di Martina dell’agosto del 2002 che continuerà - vivaddio! - a far inorridire alcuni e far discutere i più…, largo a grassi e crassi borghesoni weimariani pronti a schierarsi con Hindenburg e Adolf Hitler ancora in bozzo ma pericolosamente incombenti (Il concetto di sviluppo della natura secondo la Germania, si legge in uno dei grandi cartelloni brechtiani posti sullo sfondo della scena). Bando a timidi e umbratili protestanti vittime sacrificali di una novella Inquisizione e spazio invece a tanto di ebrei praticanti con tanto di treccine e di sacre mantelline-zuccotto. Lo scontro sarà inevitabile e fatale per gli uni… come ci ha insegnato la Storia del secolo breve che si è lordata le mani degli ebrei della shoa. La ardita (ma non tanto) trasposizione-attualizzazione della vicenda scritta da Scibe e musicata dall’ex-ebreo Giacobbe-Giacomo Meyerbeer si è dunque compiuta in una calda estate martinese.

Come abbiamo visto, anche la nostra mano di critici musicali si è lasciata prendere da argomentazioni che di musicale poco hanno a che vedere… in quanto, come detto all’inizio, abbiamo dovuto iniziare la nostra descrizione dello spettacolo dalla sua fine, dagli “effetti”, come avrebbe detto Wagner, e non dalle cause. Gli effetti non sono stati lusinghieri per il coraggioso Bernard: tanti buhuu!! di disapprovazione rivolti a lui si sono sprecati, piovuti addosso da melomani francesi presenti nell’atrio ducale, i quali si son sentiti piccati dal fatto che i catto-francesi fossero stati rappresentati in scena come altrettanti nazisti pronti alla soluzione finale dello sterminio di massa dei “diversi”. Lo smacco-Le Pen evidentemente continua a bruciare anche in musica…

In realtà; a ben vedere, il grande sforzo messo in campo. da questa “nuova” e più moderna edizione del Festival, non poteva non avere esito felice anche dal punto di vista musicale. L’orchestra internazionale d’Italia e lo splendido coro di Bratislava sono stati ben diretti da un direttore come Renato Pa lombo, chiaro, parco nel gesto, efficace e che conosce benissimo le insidie della partitura meyerbeeriana. Così pure le voci, femminili sopra tutti e tutto: la già matura e interessante Annalisa Raspagliosi e la brillante Sara Allegretta (finalmente convincente e a suo agio nel ruolo del paggio Urbian), insieme alla aggressiva Desirè Rancatore; un po’ meno quelle maschili di Warren Mok, Marcin Bronikovski e Luca Grassi sempre pericolosamente in bilico col solfeggio degli insiemi. Persino gli interventi coreografici guidati da Gianni Cantucci risultavano azzeccati e di buon gusto; lo stesso si deve dire dei costumi anni Trenta, stile Die Dreigroschenoper, disegnati da Carla Ricotti (molto belli quelli en blanc et noir in perfetto stile del tempo). Inane, ben aderenti alle scelte registiche se non sin troppo “didascaliche”, le scene di Alessandro Camera.

Al di sopra di ogni cosa, un franco successo costruito su di un terreno aspro e difficile: la qual cosa conta più di ogni cosa. Si replica domani alle ore 21.


From “Il Mattino”, 6 agosto 2002 

Alfredo TARALLO

Svastiche ed SS tra Gli Ugonotti. E piovono fischi

Martina Franca. La polemica era nell’aria per Les Huguenots, grand-opéra di Meyerbeer in scena a Martina Franca nell’allestimento di Arnaud Bernard disseminato di svastiche e altre icone hitleriane e con gli ugonotti trasformati in ebrei e i cattolici in nazisti. All’inizio del quinto atto una ronda di SS ha ragione di un gruppo di ebrei: si va avanti - senza musica - tra scene di violenza e altro fino a quando una salva di fischi si alza dalla galleria per attecchire poi anche in platea.

E contestazioni compatte colpiscono poco dopo anche Renato Palumbo, reo secondo alcuni di manifesta complicità con i misfatti consumati dalla regìa, nella realtà solido concertatore alla guida dell’Orchestra Internazionale d'Italia.

Chicca del Festival di Valle d’Itria con recupero di due arie sconosciute, mai molto frequentata in Italia, Les Huguenots non era presentata sui nostri palcoscenici dal ’62. Polemiche a parte, la musica rimane il piatto forte di questa produzione e merita rispetto una direzione artistica che coraggiosamente porta avanti un preciso disegno di rinnovamento del repertorio, capace di dimostrare come il famigerato grand-opéra francese possa realizzarsi concretamente anche con modesti costi economici: la messinscena firmata da Arnaud Bernard risolve con pochi mezzi non pochi problemi scenici, accettando pure il rischio di caricare i toni.

Purtroppo, di fronte a una regìa trasgressiva, i protagonisti passano in subordine, e magari ci si dimentica di una voce di primordine come Désiré Rancatore che disegna una Margherita di grande personalità, a suo agio anche nelle frequenti parentesi di agilità, o di una Valentine come Annalisa Raspagliosi perfettamente a suo agio nel ruolo che fu di Cornélie Falcon, la leggendaria interprete che doveva dare il nome al particolare registro vocale, falcon appunto, così tipico della vocalità francese. Né dispiace l’onesto Marcel di Soon-Won Kang, o il Raoul di Warren Mok, tenore di casa in Valle d’Itria, che esibisce una vocalità notevolmente ammorbidita e in grande evoluzione. Anche il resto della squadra è ben affiatato: Sara Allegretta (Urbain), Marcin Bronikowski (Nevers), Luca Grassi (Saint-Bris). A conti fatti una performance vocale più che rispettabile, di cui probabilmente si parlerà per altri motivi.


Les Huguenots di Giacomo Meyerbeer al Festival della Valle D’Itria

published 02.08.02 at Caffe Europa 
 www.caffeeuropa.it/attualita03/190musica-caroli.html

Annarita Caroli

Appena risolto il caso del Mastino dei Baskervilles Sherlock Holmes invito’ il fidato dottor Watson al Covent Garden. Aveva un palco per una recita de Les Huguenots, e quale era il miglior modo di distrarsi dopo settimane di duro lavoro per sbrogliare l’intricata vicenda se non ascoltare i fratelli De Reszke’ - Jean e Edouard, tenore e basso - nel grand-opera di Meyerbeer che a Londra dal 1842 era in cartellone tutti gli anni, e che veniva rappresentata ogni volta nelle varie versioni in tedesco, francese, italiano e persino inglese. Dopo la chiusura del teatro, Les Huguenots fu scelta ad inaugurare la rinnovata Royal Opera House nel 1858.

La povera Mommina La Croce, in una novella di Pirandello, per dimenticare la furiosa gelosia di suo marito e rivivere la serate trascorse con le sorelle e i genitori a cantare i melodrammi con accompagnamento di pianoforte, metteva a letto le sue figliolette raccontando loro le opere che conosceva a memoria e interpretandone tutti i personaggi, ma proprio tutti, e la piu’ bella per lei era Gli Ugonotti.

L’opera aveva debuttato a Parigi, all’Opera, il ventinove febbraio del 1836 con una compagnia di canto eccezionale, basta ricordare il tenore Alphonse Nourrit e il soprano Marie Falcon. Il successo fu travolgente e la fama di Meyerbeer varco’ i confini della Francia, ma solo a Parigi fino allo scoppio della Prima guerra mondiale fu riproposta 1080 volte. A New Orleans fu rappresentata in francese tre anni dopo la prima, a Firenze in italiano con un titolo diverso, Gli Anglicani, nel 1841, in inglese al Teatro Metropolitan di New York sin dalla prima stagione nel ’45 e sempre con cantanti eccellenti, cosi’ da essere soprannominata La Notte delle sette stelle, tanti sono i ruoli principali dell’opera. A Milano inauguro’ il Teatro Dal Verme (1872), a Bari il Petruzzelli (1903).

Opera amatissima da George Sand, che esprimeva per lettera a Meyerbeer tutta la sua ammirazione, e da Giuseppe Mazzini che in uno scritto giovanile, La filosofia della musica, parlava di “Musica del futuro, fusione di due elementi la melodia italiana e l’armonia tedesca" e definiva Meyerbeer "profeta della musica come missione, che sta immediatamente dopo la Religione". Questa passione che, fino agli ultimi anni della sua vita porto’ Mazzini a cercare di acquistare autografi del musicista.

Il libretto, di Eugene Scribe e Emile Deschamps, e’ ispirato alla strage di San Bartolomeo: Caterina dei Medici, nella notte tra il 23 e il 24 agosto del 1572, persuase suo figlio il debole re Carlo IX a ordinare il massacro degli Ugonotti giunti in migliaia a Parigi per le nozze di sua figlia, la cattolica Margherita di Valois (la regina Margot) che andava sposa a Enrico di Navarra, protestante ugonotto.

Nel Ventesimo secolo la fortuna de Les Huguenots inizio’ a declinare; forse la difficolta’ di mettere insieme una compagnia di canto all’altezza della scrittura musicale e la complessita’ della messa in scena scoraggiavano i direttori dei teatri. La RAI ne trasmise un’esecuzione non integrale, in italiano e in forma di concerto, dagli studi di Torino con la bacchetta di Tullio Serafin e Giacomo Lauri-Volpi e Giuseppe Taddei: era il 1955.

Gianandrea Gavazzeni riusci’ nell’impresa di metterla in scena alla Scala di Milano, sette anni dopo, nel ’62, con uno splendido Franco Corelli, una Giulietta Simionato al culmine della sua carriera e gli ancora giovani Joan Sutherland e Nicolai Ghiaurov. Il successo fu straordinario ed e’ rimasto nella memoria di chi ne fu spettatore come un evento mitico. Anche questa volta l’edizione era in italiano e con molti tagli: si temeva forse la eccessiva lunghezza di un’opera in cinque atti.

Fra poco ci sara’ l’occasione di poter assistere a un’edizione integrale in francese di quest’opera quasi dimenticata negli ultimi decenni. Sara’ l’ennesima sfida che gli organizzatori del raffinato Festival della Valle d’Itria a Martina Franca lanceranno al mondo del teatro lirico. Con un budget davvero limitato Sergio Segalini, direttore artistico, e Franco Punzi, presidente del festival, produrranno uno spettacolo con sette cantanti protagonisti e molti comprimari, coro e corpo di ballo. Les Huguenots andra’ in scena il 4 e il 6 agosto nel cortile del Palazzo Ducale che e’ il palcoscenico ideale di questo festival giunto alla ventottesima edizione. Chi non potra’ essere presente a Martina Franca potra’ ascoltare la trasmissione diretta della serata su Radiotre

Gia’ due anni fa a Martina Franca era stato proposto con successo un titolo meyerberiano, ancora piu’ desueto, il Robert le diable, di cui esiste l’edizione discografica ripresa dal vivo, con la direzione di Renato Palumbo, che anche quest’anno affrontera’ la lunga fatica di guidare l’orchestra, i cantanti e il coro alla riscoperta dell’opera.

Il Festival della Valle d’Itria inizia il 18 luglio con due commedie in musica di Giovanni Paisiello, musicista tarantino che come tutti i pugliesi studio’ al Conservatorio di Napoli. Il 21 e 23 luglio ci sara’ la prima rappresentazione assoluta in tempi moderni del Robert Bruc,e un pastiche su musiche di Gioachino Rossini ideato con la supervisione dell’autore, ancora Paisiello con la cantata biblica Mose’ in Egitto o La Manna del deserto. Con due concerti vocali da camera si rendera’ omaggio al bicentenario della nascita di Victor Hugo dai cui drammi sono tratti molti libretti dei piu’ famosi melodrammi dell’Ottocento, fra i quali l’Ernani e il Rigoletto di Verdi da Le roi s’amuse e Lucrezia Borgia di Donizetti.

Anche quest’anno - per citare Cesare Brandi - Mozart e Paisiello, Cimarosa e Pergolesi a Martina Franca prenderanno il sole in piazza, gustando un sorbetto.


Alessandro PUGLIESE

Kabaivanska « Il Festival? Sfida vincente »

“La Gazzetta del Mezzogiorno”, 4 agosto 2002 

“La Bibbia del melodramma”, ovvero Les Huguenots di Giacomo Meyerbeer. Il capolavoro assoluto del grand-opéra in scena questa sera e il 6 agosto a Martina Franca (Palazzo Ducale, ore 21). Di questo e di altro abbialno parlato con Raina Kabaivanska.

La sua amicizia con Martina Franca ha quasi l’età del Festival. Un’amicizia che Raina Kabaivanska coltiva con passione e slancio. L’abbiamo incontrata in una pausa delle prove degli Ugonotti.

Quando è venuta a Martina per la prima volta?

« Circa ventisei anni fa. Fu per un mio concerto, cui sono seguite, nel tempo, altre esibizioni ».

Com’è cambiato da allora i1 Festival?

« Il Valle d’Itria è sempre una scommessa. E solo veri appassionati; come Rodolfo Celietti prima e Sergio Segalini adesso, possono assumersene l’enorme responsabilità. Presentare materiali inediti non è facile come rappresentare Tosca o Rigoletto. E qui, nonostante le difficoltà, si fanno sempre scoperte eccezionali ».

Quanto ha influito il Festival sulla crescita di Martina?

« Un tempo era totalmente diversa. Ora è così frequentata che, spesso, diventa difficile passeggiarvi! Certo, non tutti vengono per seguire il Festival, ma è il Festival che le dona più visibilità ».

Quali spettacoli l’hanno più colpita quest’anno?

« Le due operine buffe di Paisiello. Una vera delizia, sia dal punto di vista musicale che scenico. E ho molto apprezzato anche il Bruce di Rossini».

Tutta l’attenzione, in queste ore, è concentrata su Gli Ugonotti. Che caratteristiche presenta l’opera?

« Ha segnato tutti i compositori che sono venuti dopo. Nell’orchestrazione è molto moderna e riserva non poche difficoltà al direttore ed agli interpreti. Non esagero nel dire che si tratta di un’impresa storica: Segalini non ha eliminato nulla. Anzi, vi ha aggiunto due arie ritrovate, per una versione di quasi cinque ore. Una vera impresa, soprattutto perché dà spazio ai giovani».

Martina si conferma trampolino di lancio per i nuovi talenti…

« Assolutamente. Mi dedico all’insegnamento da qualche anno e conosco bene l’orizzonte italiano. Fare carriera, anche se si è bravi, oggi è difficile, perché gli enti lirici non si assumono la responsabilità di un debutto. Dai giovani si pretende la perfezione; ma questa è impossibile senza l’esperienza del palcoscenico. La forza del Valle d’Itria, allora, è si quella di recuperare l’inedito, ma anche di scommettere sui più giovani. Il ruolo di Valentine, ad esempio, è interpretato da una mia allieva, Annalisa Raspagliosi. In questi giorni le sono molto vicina ».

Quali impegni l’attendono dopo la sosta a Martina?

« Dopo 44 anni di attività, questo per me sarà l’anno degli addii al pubblico straniero. Con grande commozione, ho salutato l’Italia, mia seconda, con Butterfly a Verona e Tosca a Parma. Messo andrà in Brasile e in Giappone. Poi non smetterò di studiare, dedicandomi al1’insegnameno ».


Eraldo MARTUCCI

Un “grand-opera magico e moderno

“Il Nuovo Quotidiano di Puglia”, 6 agosto 2002 

Applausi. a scena aperta per cantanti e direttore, contestazioni e dissensi per il regista: la prima de Les Huguenots, l’altra sera a Martina Franca, ha suscitato nel numeroso pubblico pareri opposti. Il capolavoro di Giacomo Meyerbeer, risalente al 1836 ma per la prima volta rappresentato in Italia nella versione originale francese; era l’ultima opera del Festival della Valle d’Itria. Per il direttore artistico Serio Segalini un’altra scommessa vinta: rappresentazione di alto livello sotto il profilo musicale e sotto quello scenico; nonostante i malumori di chi non ha gradito l’ambientazione in epoca nazista dal regista (firmata dal regista Arnaud Bernaud) della tragica guerra di “religione” tra i cattolici e i protestanti Ugonotti nella notte di San Bartolomeo del 1572. La “reinvenzione” di Les Huguenots, con i cattolici diventati nazisti e i protestanti francesi nelle vesti degli ebrei, è risultata convincente. Il trasferimento del tempo storico ha restituito pienamente l’essenza del dramma dimostrando la portata universale e quanto mai attuale del messaggio che l’autore volle far percepire da questo magnificoo grand-opéra. D’origine ebrea, Meyerbeer non cercò di operare una  distinzione tra buoni e cattivi, ma puntò piuttosto la sua denuncia contro 1’intolleranza in sé che muove le fila della storia umana, come ha ricordare lo stesso regista. Les Huguenots è un lavoro di tale complessità da richiedere un direttore di grande qualità come Renato Palumbo alla guida dell’ottima Orchestra Internazionale d’Italia. eccellente concertatore, ha messo in risalto con grande equilibrio sonoro sia i momenti di più intimo abbandono che quelli decisamente più infuocati. Del cast si è distinto il terzetto dei soprani. Margherita era la deliziosa voce di Desirée Rancatore, perfettamente a suo agio nelle note più acute; Annalisa raspagliosi ha interpretato Valentine con grande intensità drammatica, mentre è toccato alla svettante ed incisiva voce di Sara Allegretta dare rilievo alla parte di Urbain. Nel difficilissimo ruolo di Raul il tenore Warren Mok, interprete ormai collaudato del Festival, se l’è cavata più che onorevolmente, e nella stessa mìsura hanno fornito il loro apporto il basso Soon-Won Kang nella parte di Marcel, ed i baritoni Marcin Bronikowski e Luca Girassi. Ottima la prova del coro da camera di Bratislava diretto da Pavol Prochazka.


José MINERVINI

Gli Ugonotti, corsio e ricorsi storici

“Corriere del Giorno”, 6 agosto 2002

MARTINA FRANCA - Dalla “notte di San Bartolomeo” del 1572 alla “notte dei crIstalli” del 1938; dal massacro degli ugonotti al pogrom antisemita; dall’intolleranza, religiosa all’intolleranza nazista; l’orrore è servito con tutti i personaggi al posto assegnato loro dalla storia,;calendario di crimini e delitti.

Il regista Arnaud Bernad e lo scenografo Alessandro Camera (autore del manifesto del Festival di quest’anno), entrambi al loro debutto qui a Martina, hanno letto Les Huguenots, di Giacomo Meyerbeer, su libretto di Eugène Scribe, terza opera in cartellone, domenica scorsa a Palalazzo Ducale, nellottica storicista dei corsi e ricorsi storici della follia collettiva. Così hanno attualizzato questo grand opéra del 1836, ambientato in Francia ai tempi delle guerre di religione, con una “traduzione” nell’epoca nazista, presentando in scena i manifesti ingigantiti, letti in ordine cronologico di John Herzfeld , anglicizzato poi in Heartfield (1891-1968), artista ebreo tedesco: dal manifesto raffigurante la iena della borghesia a quelli raffiguranti il il sole del  nazionalsocialismo e la testa di un condannato a morte ebreo fasciata con carta di giornale. Tutti in stile anni Trenta, ovviamente, i costumi di Carla Ricotti e inoltre divise da ufficiali nazisti e kippah distintivo per ugonotti-ebrei.

Così va spesso il mondo, sembrano dire Camera e Bernard; la storia è infinita e un filo spinato 1’attraversa, una provvidenza negativa; che si attorciglia alla provvidenza divina o a un lungo filo rosso di sangue: la lotta dei popoli per la libertà, e l’amore, più forte e più grande della follia del potere.

Valentine de Saiint-Bris, un’aristocratica di fede cattolica, ama riamata raoul, un. gentiluomo ugonotto, cioè calvinista; insieme saranno nella notte del 24 agosto    del 1572 o di San Bartolomeo, insieme agli altri ugonotti (circa ventimila) in odore di sovversivismo: una strage firmata dal re di Francia Carlo IX, sobillato da sua madre Caterina de’ Medici. Una storia d’amore, quindi, Les Huguenots, per il pubblico liberale e romantico dell’Ottocento; una storia simile a chissà quante altre fra ebree e tedeschi nello sventurato periodo nazista.

Tra gli ugonotti del Cinquecento e gli ebrei del Novecento, vittime tutti, dell’intolleranza, che differenza c’è? Tra persecuzioni religiose e persecuzioni razziali, fra re assolutistici e dittatori paranoici qual è la differenza, se identica è la follia che genera mostri? La, storia è sempre contemporanea come la musica del grand opéra di Meyerbeer  che non perde, certo il suo splendore, anche se ambientato nella Germania nazista. Forse ad aver suggerito a regista e scenografo il gancio per unire due epoche così lontaneè stato il lampodi un’inituizione e cioè, l’origine ebraica di Meyerbeer che doveva vibrare non poco a ogni episodio di intolleranza antisemita, religiosa e non solo religiosa dei tempi suoi.

c'non: solo rehgíosa dei tempi suoi.

                All’inizio dello spettacolo, una forte luce, riflessa da uno specchio abbaglia il pubblico che deve specchiarsi nell’epoca nazista per riflettere. In edizione choc, dunque, Les Huguenots al Valle d’Itria, che già propose due anni fa Rebert le Diable di Meyerbeer nella versione originale. Non sono mancate, infatti, le contestazioni di una parte del pubblico per l’interpretazione dell’opera sotto la stella di Davide, specialmente all’inizio del quinto atto per la scena concitata e muta della retata degli ebrei (e il balletto?).

Fra contestazioni e ovazioni, Les Huguenots sono stati rappresentati, in questa edizione, per la prim volta in Italia nella versione originale francese e con materiale aggiunto dall’augrafo conservato nella Bibliotèque Nationale de France: praticamente un evento che si aggiunge a pieno titolo alla storia di questo grand opéra che più grand non si può con diciannove personaggi (compresi i minori), orchestra, coro possente e balletto completo.

                La musica è romantica, di tipica grandeur francese, dotata di respiro poetico e lampi drammatici, ricca di un’armonia profusa a piene mani. Composta dopo i Puritani di Bellini (non dimenticate, per favore, giusto in tema di protestantesimo, l’edizione dei Puritani al Festival del 1985), la musica degli Huguenots ha reminescenze belliniane (un esempio per tutti: l’aria di Raoul del primo atto), riecheggia il protestante Bach dei corali, anticipa Verdi (Don Carlos, La forza del destino, Un ballo in maschera) e tocca il diapason nella celebre pagina della Bénédiction des poignards.

Un’opera, dunque, battistrada, Les Huguenots, ponte per il melos successivo, verdiano e wagneriano, e probabilmente, come dice Sergio Segalini, primo grand opéra francese della storia, molto amato, specialmente in Italia. Les Huguenots, infatti, inugurarono il 14 febbraio 1903 il Petruzzelli di Bari.

Per questa edizione, come anche per Robert le diable, Renato Palumbo ha diretto l’Orchestra Internazionale d’Italia, una grande orchestra alla grande prova del grand opéra. Palumbo, bacchetta esigente, intuisce e valorizza le passioni romantiche dello spartito e sa rendere vibrante l’orchestra saldando il golfo mistico al palcoscenico dove s’appassiona e freme un’umanità immortale e senza tempo.

Internazionale il cast dei cantanti e onore al meríto di tutti loro. Annalisa Raspagliosi (già Alice nel Robert le diable di due anni fa) grandeggia vocalmente nel ruolo di Valentine (che fu di Cornélie Falcon, il. primo soprano drammatico della storia dell’opera), svetta in un canto che ha bagliori di cupa fiamma, commuove per lo slancio lirico da vero soprano Falcon, specie quando interpreta l’aria “Parmi les pleurs” scritta in seguito da Meyerbeer appositamente per la Falcon e inserita per la prima volta nella storia moderna in questa edizione del Festival. Desirée Rancatare, soprano di coloratura, ha debuttato a Martina nel ruolo della regina Marguerite, moglie di re Enrico di Navarra (il futuro Enrico IV, quello che divenne cattolico, da protestante che era, perché “Parigi val bene una messa”). La Rancatore, simile a Ingrid Thulin ne La caduta degli dei, tocca agilmente la tessitura acuta, trova inflessioni alate e virtuose e vocalizza in modo squisito. Il tenore cinese Warren Mok che fu Robert le diable, indossa ora i panni di Raoul: è un vero tenore romantico, di voce ardente e ardita, bella per i suoi acuti come luminose punte di diamante. Ottimo, dagli splendidi gravi, il basso coreano Soon-Won Kang (Marcel, soldato e servitore di Raoul in versione rabbino); di voce squillante il soprano barese Sara Allegretta nel ruolo en travesti del paggio Urbain. Per tutti loro applausi anche a scena aperta.

Otto i gentilhommes catholiques: spiccano il baritono polacco Marcin Bronikowsky, di forte temperamento vocale (conte di Nevers) e il baritono Luca Grassi; di voce pastosa e fluida (conte di Saint-Bris). Impegnato in tre ruoli (i cattolico De Thoré e l’ugonotto Bois-Rosé) il giovane tenore tarentino Domingo Stasi, al suo debutto al Valle d’Itria, richiama 1’attenzione del pubblico per 1a sua voce chiara e timbrata e la bello presenta scenica.

Bravi ugualmente tutti gli altri: il tenore Leonardo Gramegna (De Tavennes), il tenore barese Nicola Sette (De Cossé e un monaco), il baritono corso Jean Vendassi. (De Retz , e un monaco), il.baritono coreano Sea Won Lee (De Méru e un monaco), il bassoucraino Volodymyr Deyneka (Maurevert) e il soprano barese Annalisa Carbonara (dama d’onore e valletto).

Moderne, stile cabaret da repubblica di Weimar, le coreografie di Gianni Santucci per 1’agile Ensemble di danza del Festival della Valle d’Itria. Sempre più stakanovista e bravo il Coro da Camera.di Bratislava diretto da Pavol Prochazka.

Ebbri di musica, siano usciti da Palazzo Ducale all’una e quaranta fra scrosci  di applausi e ultime proteste. Comunque, un grande successo. Stasera la replica, ore 21. Questo grand opéra val bene un ritorno a Martina Franca.


Jacopo PELLEGRINI

Lirica choc: cattolici come nazisti

“Avvenire”, 6 agosto 2002 

Che alla prima italiana in lingua francese degli Ugonotti di Giacomo Meyerbeer il Festival della Valle d’Itria ha realmente conquistato una dimensione europea. C’è riuscito osando l’inosabile,ovvero offrendo il prototipo del Grand-Opéra di soggetto storico,musicatotra il 1832 e il ’35 da un ebreo tedesco che si era affermato in Italia prima, in Francia poi. Purtroppo però non ha saputo resistere alla moda, europea anch’essa, anzi mondiale, della provocaziane scenica: Arnaud Bernard, regista, sposta la vicenda dal 23 agosto 1572 al 9 novembre 1938, dalla Notte di S. Bartolomeo alla Notte dei Cristalli; i cattolici diventano nazisti, gli ugonotti ebrei. Ora nessuno vorrà negare che la strage dei protestanti ordinata da Caterina de’ Medici e da suo figlio Carlo IX, durante i festeggiamenti per il matrimonio tra la sorella del re Margherita di Valois e Enrico di Navarra, rappresenti una pagina oscura nel capitolo delle persecuzioni religiose. Ma dalì a paragonarla agli atti delle camicie brune contro gli ebrei ce ne corre.

Gli Ugonotti nella Francia del Cinquecento vantavano ben altro peso, a corte come negli apparati militari, degli ebrei sotto Hitler, vittime inermi d’una violenza tanto più cieca e indiscriminata, quanto più rispondeva non a ragioni d’ordine religioso o politico, ma ai presupposti d’un’ideologia razzista. Il pubblico, possibilista nei primi due atti, ha cominciato a indispettirsi alle manganellate del Finale terzo, per esplodere con urla e fischi durante la prolungata pantomima - un pogrom a suondi fischietti -, che sostituiva il primo quadro del quinto atto, tagliato (insieme a un’altra mezz’ora di musica tra danze, ripetizioni interne, da capo e, purtroppo, la seconda strofa dell’aria del tenore, sulla carta un pezzo informa “strofica”).

La regina Margherita come Marlene, il Conte di Saint-Bris come Helmut Berger nella Caduta degli Dei, Marcel (Suon-Won Kang) rabbino, Raoul (Warren Mok) colla kippah in testa, il paggio Urbain (Sara Allegretta) gangster in nero, il balletto ridotto a un numero di cabaret berlinese, il corteo nuziale a un grottesco corteo funebre, le dame che invece di fare il bagno “si lasciano fotografare” (direbbe Brecht), i teli che riproducono vignette satiriche dei giornali dell’epoca: tutto è condotto secondo le regole d’una certa professionalità, ma anche con una pericolosa tendenza a forzare il testo verso esiti velleitari e univoci, quando invece Meyerbeer si sforza di conservare a molte figure una certa dose d’ambiguità.

A una musica di grande tenuta e dottrina (gli accompagnamenti dei recitativi di Marcel vengono pari pari dalla Passione secondo Matteo di Bach appena riscoperta da Mendelssohn), spesso bellissima, incunabolo di decenni di operismo europeo (Offenbach e Bizet, Gounod, tantissimo Verdi), corrispondono cure speciali prestate da Renato Palumbo, concertatore autorevole d’un un Coro da Carnera di Bratislava e d’un’Orchestra Internazionale d’Italia messi a dura prova da una scrittura quasi prenovecentesca nel rilievo conferito ai nudi timbri orchestrali, e d’una compagnia equilibrata ed efficiente, dove svettavano la Raspagliosi, la Rancatore e Grassi. 

Una pessima moda che rischia di uccidere la musica

Ormai è una moda. Anzi una mania. Ci sono in giro decine di registi che vogliono scioccare le platee. Chi facendo uso del nudo, chi di libere, quanto ardite “rivisitazioni storiche”. Ci si dirà che la lirica, come tante altre forme d’arte e di intrattenimento, ha bisogno di novità per avvicinarsi al pubblico moderno. Tutto vero. Ma siamo sicuri che in questo modo non se ne allontani del tutto? A chi giova vedere un’opera in bikini o in mutande o addirittura stravolta nel suo significato storico? Francamente non riusciamo a capire come certi registi non abbiano ancora imparato che un allestimento che punta tutto sull’“effetto choc” finisce soltanto per urtare lo spettatore. E po, siamo sinceri, alla nona, alla decima, alla ventesima opera choc anche i palati che amano i sapori più “trasgressivi” finiscono per non poterne più. A lungo andare, non soltanto ci si stanca, ma viene anche un sospetto: vuoi vedere che un certo mondo della lirica è ormai completamente a corto di idee?


Anita PRETI

L’Olocausto va in scena. Festival scosso dai fischi

“Il Nuovo Quotidiano di Puglia”, 6 agosto 2002

Festival della Valle d’Itria edizione numero 28, anno zero della contestazione. Nella più memorabile delle edizioni, quella che finalmente porta in scena, per la prima volta in Italia, l’edizione originale francese del capolavoro di meyerbeer, Les Huguenots, ecco un attacco durissimo pochi minuti prima dell’inizio del quinto atto, l’ultimo.

                « Bastaaaa… » si sente uralare dal centro platea, il resto viene dietro, come grandine. Il maestro Palumbo tenta di sedare, girandosi verso il pubblico. Non è diretto a lui il  “bastaaa” e neppure ai cantanti. Gli spettatori assistono giusto in quel momento a una specie di siparietto che il regista Arnaud Bernard (un giovane francese al suo debutto italiano) ha voluto introdurre: i nazisti attraversano di corsa il palcoscenico facendo razzia degli ebrei; il suono dei loro fischietti lacera l’aria e le orecchie. È il terrore e Bernard lo ha messo lì per accentuare il clima di violenza che porterà gli ebrei nei camini e il pianeta verso la seconda guerra mondiale.

                Da allora, ogni tanto, qualcuno ci prova a sollecitare la terza. Tanto orrore subito dagli ebrei è il monito vigile che mette in allerta il mondo. Dovendo raccontare al pubblico del Festival, con il linguaggio di Scribe e la musica di Meyerbeer, uno dei più efferati massacri della storia, quello degli Ugonotti, accaduto in Francia nel 1572, Arnaud Bernard, ugonotto lui stesso così come la sua famiglia, ha scelto come riferimento una delle più perfette macchine di violenza, proprio quella inventata dai nazisti per gli ebrei.

« Lasciate finire il maestro! »: urla sempre dalla platea uno spettatore, mentre si cerca di sedare gli animi. Sono tutti all’opera: habituées del, fischio; tedeschi inferociti, noti critici in preda a una disperazione da mostrare in privato e non sulle colonne dei loro giornali dinanzi a tanto scempio dell’ortodossia lirica Ma cocome? E il corteo della regina? E  la seconda scena scena del ballo?

Il maestro Renato Palumbo riprende le redini del suo spettacolo e lo conduce in porto. Finale e applausi. Ma quando, ai ringraziamenti, si profila la figura del regista Bernard, la sarabanda ricomincia. Per la prima vo1ta nella storia, al Festival della Valle d’ltria tiene banco la contestazione e i fischirubano la scena agli applausi. L’ultima protesta insegue il direttore artistico Sergio Segalini, in piazza Roma, oltre il portone del Palazzo Ducale dove questa sera si terrà la replica del contestatissimo spettacolo.

Pessima regia? Antisemitismo? Rigurgiti di nazionalismo? Pangermanesimo dell’ultima ora che detta risposte inconsulte? Denti avvelenati? Sassolini da tagliere da scarpe strette? Questioni politiche: locali, nazionali, internazionali?

C’è chi dice: non facciamo inutile dietrologia: È quello che pensa anche Alfredo Tarallo, critico musicale del Mattino, in sala insieme a molti colleghi italiani e stranieri: « Si rischia una inutile caccia alle streghe. Piuttosto, quando il pubblico reagisce siamo di fronte a un fatto positivo. Chissà, senza le contestazioni, la difficile prova di Les Huguenots rischiava di essere archiviata senza clamore Tutti i direttori artistici temono quest’opera, vogliamo riconoscere al Festival il coraggio di un allestimento senza ricorrere a spese faraoniche? ».

Ed allora Arnaud Bernard, imputato di lesi Ugonotti come si difende? Non si tira indietro, il regista, e spiega: « Rispetto completamente la reazione del pubblico e l’accetto: fa parte del mio mestiere. Certo, capisco che la scena incriminata può essere troppo lunga e ripetitiva. Ho irritato qualcuno? Eppure non ho utilizzato l’Olocausto come pretesto per lo spettacolo. Mi sono fermato all’inizio della tragedia, volevo solo mostrare il livello raggiunto dalle umiliazioni. E quanti si meravigliano della piccola scena, peraltro senza musica, che precede il quinto atto, forse non si erano accorti, già dall’inizio, che Raoul entra in scena mostrando di essere ebreo. Comunque io traggo un bilancio positivo: gli spettatori sono rimasti incollati alle sedie sino al termine dello spettacolo ».

Più ferma la reazione di Sergio Segalini, direttore artistico del Festival: « Mi rincresce che una parte del pubblico abbia visto nella scelta del regista, e quindi della direzione artistica, una specie di messaggio politico che non c’era. L’edizione dell’opera era l’unico modo per sensibilizzare il pubblico alla condizione degli Ugonotti e l’unico modo per far comprendere Meyerbeer, compositore tedesco ebreo, che diventa un grande musicista francese. ».

Per Franco Punzi, presidente del Festival della Valle d’Itria, la contestazione del pubblico è “la manifestazione di una valutazione da rispettare”. « Non mi sorprendo più di tanto », continua. « Alcuni dissensi sulla regia fanno parte di una visione politica dell’operazione artistica che affronta una parte della storia scabrosa e tragica dell’Europa » .

E ora veniamo ai contestatori. Alessandro Hugi non è venuto in Puglia da Zurigo con la protesta in tasca. Insegnante elementare, appassionato di musica, lettore accanito di Opernwelt e Opernglas, frequenta Martina Franca ed il suo Festival dal tempo di Maria di Rohan e ama tutta la musica italiana e francese. Degli Ugonotti, alcuni anni fa, aveva già visto un allestimento a Berlino. Non ci sta e lo dice da figlio di Ugonotto. « Sono pochi » , concentrati in Alsazia. « Non contesto il direttore, ma nella regia c’è un calo costante, dopo la scena iniziale con il coro Fino al punto incriminato. Io contesto solo quella scena perché l’opera è fatta per la musica e non per il silenzio, ma in questo caso un silenzio troppo rumoroso, con tutti quei fischietti dei nazisti a caccia di uomini ».

In fine il giudizio di Raina Kabaivanska: « Ne sentiremo parlare di questi Ugonotti, tra qualche anno. Fortunatamente restano le registrazioni della Rai e il cd. Certo forse si potrebbe discutere la scelta del regista: anch’io ero perplessa inizialmente. La “licenza” per quella scena era forse un po’ troppo lunga e ha interrotto il discorso musicale. Ma c’era una bella linea drammaturgica e l’emozione è stata grandissima. E poi: dove si trovano questi cantanti, in quali teatri del mondo ci sono ancora queste voci? Aspetto una risposta ».


Francesco MAZZOTTA

Martina, fischi per gli Ugonotti in salsa antinazista

“Corriere del Mezzogiorno”, 6 agosto 2002 

MARTINA FRANCA -  Si annunciava come un evento la prima italiana degli Ugonotti di Meyerbeer in versione originule. Ed evento è stato, testimoniato in diretta radiofonica da Rai Radio Tre. Al Valle d’Itria si è visto uno degli spettacoli più belli della storia del festival, ma anche uno dei più “forti”: la vicenda della strage degli Ugonotti, nella notte di San Bartolomeo è stata infatti attualizzata dal regista Arnaud Bernard e trasportata nella Germania nazista, sullo sfondo della notte dei cristalli. Vittime, naturalmente, gli ebrei. Una parte del pubblico - fra cui anche qualche tedesco -non ha apprezzato e ha sonoramente fischialo il regista. Che in un’intervista al Corriere « Ho rispetto delle opinioni del pubblico, ma se non si sperimenta in un festival… »


Francesco MAZZOTTA

Chiusura con fischi al VALLE D’ITRIA

“Corriere del Mezzogiorno”, 6 agosto 2002 

                La contestazione nei confronti del regista Arnaud Bernard è scattata al1’inizio del quinto e ultimo atto de Les Huguenots di Giacomo Meyerbeer, “grand-opéra” che il Festival della Valle d’Itria presentava in prima assoluta per l’Italia nella versione originale francese. Sul palco dell’atrio del Palazzo Ducale tra l’assordante suono prodotto dai fischietti dei caporali delle SS, era in corso il rastrellamento degli ebrei avvenuto nella “Notte dei Cristalli” del 9 novembre 1938. Una scena forte, durata diversi minuti, non gradita da una consistente fetta della platea che, al momento dei saluti ha continuato a manifestare con durezza il proprio dissenso nei confronti di Bernard, reo di aver sovrapposto con nonchalance la data d’inizio del genocidio degli ebrei da parte dei nazisti allo sterminio dei protestanti francesi ad opera dei connazionali cattolici avvenuto la Notte di San Bartolomeo del 1572, episodio cui è ispirato il capolavoro di Meyerbeer.

Una regia considerata audace che ha fatto storcere il naso a chi si aspettava un allestimento tradizionale. Così, l’evento musicale dell’estate, trasmesso, in diretta da Rai Radio Tre, ha mantenuto le promesse sino in fondo dividendo il pubblico e scatenando nel bel mezzo della rappresentazione l’intransigenza di chi, forse, dimenticava essere propria l’intolleranza il tema centrale degli Ugonotti.

Alcune licenze di Bernard rispetto al libretto di Eugène Scribe e Emile Dechamps possono essere considerate discutibili, come nella scena forale in cui Valentine - che per poter sposare l’amato Raoul si converte al protestantesimo (l’ebraismo, nell’attualizzazione di Bernard) - muore per mano del padre, il conte di Saint-Bris. É lui a sparare alla figlia sacrificandola in nome della fede per il nazismo, mentre nell’originale Valentine cade involontariamente vittima della rappresaglia ,scatenata dal padre contro gli ugonotti rifugiatisi nel tempio. Una soluzione che consente di dare un senso compiuto a una regia sempre coerente sin dall’ouverture, durante la quale il paggio Urbain, con uno specchio riflette sul pubblico il fascio di luce di un riflettore evocando lo scenario notturno di un campo di concentramento.

Le soluzioni sceniche di grande effètto sono affidate a imponenti fondali cinematografici che riproducono alcuni manifesti antipropagandistici di Helmut Herzfelde, artista berlinese che nel 1933 cambiò il nome in John Heartfield dopo essere stato costretto all’esilio, dal regime nazista. Manifesti che raccontano di atto in atto il crescere dell’odio antisemita nella nobiltà tedesca, rappresentata da un grande cilindro posto al centro della scena del terzo atto dal quale fuoriesce un piccolo Hitler come fosse un coniglio durante uno spettacolo di cabaret.

Per più di quattro ore Bernard muove le grandi masse previste da Meyerbeer dando vita a uno degli spettacoli più belli visti in questi ultimi dieci anni a Martina Franca, pur non raccogliendo quel giusto consenso che, a nostro avviso, avrebbe meritato negli stessi termini tributati al direttore Renato Palumbo, deciso, nel piegare una sempre più sorprendente Orchestra Internazionale d’Italia alle mille sfumature di una partitura straordinariamente ricca di colori, e agli interpreti di qnella che è giustamente considerata l’opera più temuta sotto il profilo vocale. Particolare menzione meritano i tre soprani, Desirée Rancatore, nei panni della regina Marguerite (trasformata da Bernard nell’Angelo Azzurro), splendida nell’aria del secondo atto “O beau pays de la Touraine”, Annalisa Raspagliosi (Valentine), protagonista di una prova decisamente convincente nonostante le precarie condizioni di salute, e Sara Allegretta, perfetta nel ruolo di Urbain. Marcel è sfato l’ottimo basso Soon-Woon Kang mentre il tenore Warren Mok non ha particolarmente brillato nell’interpretazione dell’ugonotto-ebreo Raoul.

Stasera si replica (ore 21.).


Francesco MAZZOTTA

Bernard: « Nella notte di San Bartolomeo ho letto molte similitudini con la notte dei Cristalli »

“Corriere del Mezzogiorno”, 6 agosto 2002 

Alla sua prima esperienza a Martina Franca, il regista francese Arnaud Brnard non credeva di toccare la sensìbilità del pubblico del Festival della Valle d’Itria. E nonostante le contestazioni palesemente tributategli l’altra sera durante e dopo lo spettacolo, Bernàrd è raggiante in volto, per niente infastidito dall’accaduto. Cosa che considera naturale.

« Ho sempre avuto un profondo rispetto nei confronti del pubblico e delle sue idee, per cui non poso che accettare serenamente le contestazioni che mi sono rivolte », dice l’ex assistente di Nicolas Joel. « Questa è la prima volta che mi capita di essere contestato, ma sono contento dello spettacolo realizzato nonostante le difficili condizioni metereologiche dei giorni passati ci abbiano costretto a saltare diverse prove. É stato un miracolo riuscire a portare a termine un lavoro come questo in tre settimane, di cui una funestata dalla pioggia ».

II pubblico però non le ha contestato la cattiva riuscita della messa in scena, ma l’impostazione dell’allestinaento.

« Ma se avessi pensato uno spettacolo ambientato nel 1572 in costumi d’epoca, a mezzanotte l’atrio del Palazzo Ducale si sarebbe svuotato almeno per metà. Lo penso sinceramente: difficile reggere per oltre quattro ore un’opera dalla partitura complessa caratterizzata da un libretto praticamente incomprensibile al pubblico italiano. Se non avessi trasportato gli Ugonotti in un periodo a noi più vicino sono sicuro che l’allestimento non avrebbe funzionato. E poi, il pubblico è rimasto sino all’ultimo, compresi i contestatori. Il mio obiettivo era questo, e mi pare di essere riuscito nell’intento ».

In sala c’erano molti tedeschi, alcuni dei quali hanno manifestato apertamente il loro disssenso. Forse si sono sentiti provocati…

« L’orrore del nazismo non si discute. E questa trasposizione era l’unica che potesse avere un senso. Perché tutti sanno ciò che ha prodotto il nazismo nella prima metà del Novecento. Tra l’altro, Meyerbeer era ebreo, per cui mi sembrava doveroso affrontare l’argomento dell’antisemitismo. Ma se avessi ambientato gli Ugonotti in Palestina e messo in contrapposizione ebrei e arabi, la spostamento temporale della vicenda sarebbe stato gratuito. Invece, ricondurre il massacro della Notte di San Bartolomeo alla Notte dei Cristalli del 1938 ha una sua logica: mi sono avvicinato all’argomento con lo sguardo dell’epoca, e leggendo i giornali francesi e italiani di allora mi sono reso conto che la cronaca della tragica Notte dei Cristalli ricordava molto da vicino d massacro della Notte di San Bartolomeo ».

Le viene contestato anche il cambiamento del finale.

« Sono consapevole della libertà che mi sono pieso, ma la storia del nazismo è piena di genitori che uccidono i figli. Ecco perché faccio morire Valentine per mano del padre. Ma non è certo quest’episodio che determiina l’economia dello spettacolo. Forse i contestatori pensavano di essere in un teatro di tradizione. Forse la Scala, l’Opéra di Parigi o il MetropoIitan di New York, teatri che dispongono di mezzi tecnici notevoli, possono realizzare una regia tradizionale. Ma a Martina Franca si tiene un festival. E nei festival si sperimenta ».


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